“Che fai a Ferragosto?”, sondaggio fra gli spoletini. C’è chi mangia la papera e chi lavora

(Michela Bruschini) “Piera, che fai a Ferragosto?” le chiedo all’improvviso. Abbassa lo sguardo, sorride “Sono stata invitata da amiche ad una cena, su, al centro storico”. Con la coda dell’occhio scorgo Peppe mentre estrae una sigaretta dal suo astuccio metallizzato. “Peppe, come te la passi?”, “Bene, Michè, te? Che stai a fa’?”, “M’informo”, “Su cosa?”, “Su come trascorre Ferragosto la gente che conosco”. “Io mangio la papera”. “Cosa?” “La papera. Un gastronomo che conosco la cucina in un modo davvero speciale, marinandola prima di infornarla, una vera leccornia”: “Mia zia, invece, ci fa il sugo con gli gnocchi – interviene Piera – Quasi quasi mi faccio invitare, la cucina pure lei a Ferragosto”. “Perché mangiate tutti ‘sta papera?”, “Non lo sai? E’ tradizione a Ferragosto!”. “Ah”. “Mi state facendo venire una fame – interviene Danilo da lontano – a me la mattina mi tocca lavorare, ma il pomeriggio me ne vado in piscina, in Valnerina, da un mio amico”. “Zitto, Danì, non me ce fa’ pensa’ – gli fa eco Roberto – che pure a me domani me tocca lavora’, ma il pomeriggio mica mi faccio la piscina”.

Nel frattempo, passa Mauro che, col cane al guinzaglio, interviene lapidario: “Non me chiede che faccio, che non lo so”. Lascio lavoratori e mangiatori di papere e vado diretta al concerto de Mamma Li Turchi in piazza del Comune, magari tra pizziche e tamurriate qualcuno che se la spassa a Ferragosto potrei trovarlo. Sul tapis roulant della Posterna incontro Cristina e Sofia, con le quali in passato condividevo la passione per questo ballo. Davanti ad un trancio di pizza e un boccale di birra guardo Cristina negli occhi dicendole: “Insomma, a Capodanno che fai?”, “Capodanno?”; “Me so’ sbagliata, Cri, a Ferragosto”. “Ah, rincoglionita, ma te sei messa pure te a fa’ ‘ste domande sceme? Che devo fa’? Ma che ne so. Vedo che tempo fa e mi organizzo di conseguenza”.

Non demordo, mando un whatsapp a Marta: “Amica, stiamo insieme a Ferragosto?” “Lavoro, Michè”.

Già, pur’io.

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