L’arte senza tempo di Tonina Cecchetti: “Sono antica, ma inseguo la modernità”

(Riccardo Proietti) Massa Martana, dolci colline e distese di ulivi, un piccolo borgo medioevale che ti accoglie nel centro storico non appena varcato la porta di accesso. In questo scampolo della provincia di Perugia, a margine di una sua mostra, mi aspetta per un’intervista Tonina Cecchetti, eclettica artista umbra nativa di Sigillo.

Tonina, ormai massetana doc, è prima di tutto una scultrice e una fantasiosa ceramista; si avvale di diversi materiali (refrattario cerato, ferro, maiolica…) e le sue opere vengono definite “ieratiche e inquietanti”. Non fa eccezione “Ricchezza e povertà”, ultima fatica artistica: 7 splendidi corpi senza testa con base lignea a foglia d’oro, addobbati con vestiti bianchi ricamati e confezionati con materiali di recupero.

Tutto ha avuto inizio nel lontano 1982 a Gualdo Tadino: un percorso costante di crescita sotto l’ala protettiva di Giorgio Bonomi. In 35 anni di carriera tantissime esposizioni a gallerie e Biennali in Italia; all’estero vanta una partecipazione a uno scambio culturale e artistico con Pechino, esponendo alla Rain Gallery della Fabbrica 798 di Pechino ed esposizioni a Laren (Olanda) e Vilnius (Lituania).

Ogni sua opera è sempre all’insegna della creatività ironica e spesso spiazza e diverte: a Tonina piace manipolare la semantica dei nomi e la corrispondenza del nome al soggetto.

Così, Libertà in-grata, in ferro vetro e ceramica, è una beffarda opera che gioca sul doppio senso della grata, in evidente ossimoro con la libertà; Passi di Dama, in terraglia invetriata e gres, è una simpatica genialata rappresentata da una scacchiera dove i pezzi sono paia di scarpe bianche e nere…

Tonina, la mostra colpisce per due elementi: il simbolismo del bianco e il recupero dei materiali di scarto.

Il bianco incarna la bellezza e la purezza, deriva dalla povertà dei corpi scabri, che appunta impatta contro la lucentezza degli abiti. La complessità dell’esistenza ci porta a contraddizioni e opposizioni e necessita di tempo da dedicare alla riflessione. Io ho pensato alla terra, ai nudi piedi, allo sfarzo della foglia d’oro contrapposto alla povertà dell’argilla. Il recupero del materiale ha riguardato tendaggi bianchi, coperte a una piazza, presi a prezzi stracciati in merceria e tagliati e cuciti insieme. Queste tessiture assemblate hanno quindi servito due diversi obiettivi: da tende e coperte con funzione di arredo sono diventati vestiti.

Parlavi anche di utilità sociale dell’arte contemporanea.

Certo, pensa che le roselline in legno sono state fatte dai carcerati di Cassino; un modo per celebrare una rinascita, un riutilizzo del legno. C’è un’utilità sociale, è una delle funzioni che deve avere l’arte contemporanea: la passione e l’amore che metto in quello che faccio devono essere alla portata di tutti. L’arte contemporanea costringe alla riflessione; “io sono quello che voi volete che sia”, come in Pirandello, in Uno nessuno e centomila, ognuno attribuisce la propria spiegazione in base alla sua individualità.

I tuoi giochi di parole e la tua ironia…

La lingua italiana si presta, non è rigida e schematica come l’inglese o il tedesco. Ti dico che ho fatto un’opera dal titolo Viola. Viola che è un colore, uno strumento musicale, un nome di persona, un fiore… ma è anche un verbo, cambia l’accento e si modifica il significato. Quindi, per analogia l’arte contemporanea ha tanti significati simbolici, io stessa ne scopro molti altri a opera finita.

Raccontami delle differenze percepite tra esporre in Italia e all’estero.

All’estero ho trovato la voglia di imitare l’arte antica italiana e il nostro patrimonio artistico. In Olanda ho venduto anche delle opere, il pubblico era competente e istruito. Una mia opera è finita addirittura a Londra, era un manichino di donna senza gambe, braccia e testa, in ceramica. Il vestito era aderente, a simboleggiare la sinuosità femminile… senza le appendici. A Vilnius ho esposto una bambina a lustro, tecnica antichissima (tecnica decorativa che consente di ottenere il colore dell’oro con sfumature iridescenti). Io sono antica, mi piacciono le tecniche di restauro tradizionali applicate alla modernità.

Quanto c’è di umbro in te?

C’è molto; la tecnica del lustro nasce a Deruta, si perfeziona a Gubbio. Anche la foglia d’oro; essendo ceramista, mi sono familiari anche la maiolica e il refrattario. Le sabbie le mescolo con pigmenti ceramici, fissati con la colla di coniglio, usati nel restauro. La sabbia, priva di salsedine, serve per assorbire e neutralizzare il prodotto che è pieno di sali che li corrodono. Queste tecniche le ho imparate in Umbria.

Mi è venuto spontaneo associare la tua Arte al surrealismo, un esempio è la tua opera Nato Vestito

E’ un accostamento corretto, Magritte è uno dei miei pittori preferiti. Nell’arte mi perdo, mi piacerebbe dedicarle tutto il mio tempo come faceva il pittore belga. Mi rifaccio anche ai poeti maledetti, Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, a coloro che hanno teorizzato questo movimento. Sono surrealista nella ricerca continua e inconsueta di commistioni di stili: faccio bozzetti su carta, dipinti su pelle di animali… Lavoro di sera e di notte, perché sono insegnante e non sai che bella sensazione quando le mie allieve vengono alle mie mostre! Nato vestito ha una componente ludica: in una griglia ci sono camicie tutte bianche tranne una che è rossa. E’ di quel colore perché è dedicata al futuro nascituro ed è simbolo di buon auspicio e fortuna nei vari campi della vita, quindi appunto uno nato vestito o con la camicia….

Anche alla fine di questa chiacchierata emerge il lato umano e scanzonato di un’altra nostra artista che tiene ben alto il nome dell’Umbria con creatività e talento.

 

 

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