Spoleto, la città (de)cadente

(Claudia Cencini) Una città decadente. Questa è Spoleto oggi, alle porte di un nuovo ciclo politico che è ancora un’incognita. Non riconoscerlo sarebbe come negare l’evidenza ed è bene che chi si accinge a governarla ne sia cosciente.

Spoleto perde pezzi. Non calcinacci, macigni. Di storia, cultura, tradizioni, valori. Frammenti di politica, con il clamoroso out della lista pentastellata che ha tagliato fuori dalle urne una grossa fetta di elettorato cittadino, pezzi di industrie storiche, alcune perse, altre sul precipizio, mozziconi di memoria, simboli del suo dna teatrale come il Lirico Sperimentale in lotta per uscire dalle sabbie mobili di una voragine che rischia di inghiottirlo se non la si tampona con mezzo milione di euro. Anche qui lavoratori a rischio, un futuro che si annera, che in una stagione di sole si ammanta di buio.

Poi c’è l’altra faccia di Spoleto, quella del festival che si apre a fine mese, una rassegna che l’ha fatta amare nel mondo. Oggi, però, anche quella rassegna non è più la stessa, per originalità e guizzo creativo. Non vogliamo scendere nel merito e nel dettaglio delle scelte artistiche, però ci siamo immersi in una realtà più calata sul territorio per chiederci cosa offre oggi questo festival agli spoletini, se dà lavoro alle maestranze, ai tecnici, ai musicisti, alle sarte. E la risposta è stata no. Quello menottiano era un’altra storia e non lo diciamo soltanto per fare facile e retorica dietrologia. Si chiama Festival di Spoleto ma di spoletino ha ormai solo il nome, via via si è trasformato in un corpo estraneo, una macchina targata Roma sgargiante più nella forma che nei contenuti e che proprio dalla capitale trae il suo incipit  a partire dalla presentazione del programma al museo Maxxi di via Guido Reni.

Vorremmo sbagliarci e parlare di un’altra Spoleto, più partecipe e aperta al cambiamento, meno statica e passiva, una Spoleto che scenda per strada invece di stare alla finestra.

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