Vivere la montagna, il monito a rispettarla da un convegno all’Albornoz

(Claudia Cencini) Avete mai fatto caso che le pubblicità delle auto sono girate quasi sempre in montagna? Curve a gomito, tornanti in salita, panorami  mozzafiato. Me l’ha fatto notare Luca Calzolari, direttore responsabile della stampa sociale del Club Alpino Italiano e  del quotidiano indipendente Il giornale della protezione civile.it. intervenuto a un interessante convegno tenutosi venerdì 23 novembre all’hotel Albornoz di Spoleto dal titolo “La montagna in cronaca e nei commenti” sui modi di comunicare e raccontare questa dimensione che più che fisica tocca la sfera dell’anima. All’evento hanno preso parte, fra gli altri, anche Roberto Mantovani, giornalista e storico dell’alpinismo, collaboratore della trasmissione Tgr Montagne di Rai2 e il giornalista Tiziano Bertini ‘montanaro’ per passione. Un mondo da scoprire la montagna, da vivere e da amare che risveglia passioni e ci porta in un viaggio dentro di noi, come il Weg nach innen di Novalis. Sì, perché la montagna è romantica, ma non idilliaca, va saputa vivere e prima ancora conoscere. Quanti incidenti mortali accadono per gli incauti della domenica che si avventurano su alture ignote, in mesi sconsigliati, incuranti del pericolo valanghe, inesperti che si spingono su percorsi fuori pista o, peggio, si lanciano in arrampicate senza esperienza o precauzioni? “Si fa presto a dire ‘montagna killer’ – ha stigmatizzato Luca Calzolari.

Non è la montagna ad essere assassina, ma la leggerezza molto spesso complice di sventure e tragedie che hanno come sfondo proprio la montagna. Al summit all’Albornoz erano presenti membri del Cai, che prestano la loro opera nel soccorso alpino e in un’altra miriade di servizi di informazione a supporto di chi scala le vette senza sapere bene come, senza informarsi prima sulle condizioni meteo, magari con un paio di scarpe da ginnastica in una giornata di neve.

La montagna non perdona, ma non perché matrigna, non perché è cattiva, il pericolo esiste se non lo si calcola, molti degli incidenti che sfociano in tragedia potrebbero essere evitati con un minimo bagaglio di cautela e conoscenza. Oggi vivere la montagna può essere un’opportunità, soprattutto in una regione come l’Umbria che ha un territorio per più della metà montano, una risorsa da vivere per contrastare lo spopolamento di borghi secolari fino a ieri custodi di un sapere antico, di attività di sostentamento e utilizzo sano del territorio.

In un momento in cui la montagna umbra, in particolare la Valnerina, si trovano a doversi rialzare dallo schiaffo del sisma, è ora il momento di agire, di cogliere le opportunità offerte dalla ricostruzione (ammesso che parta!) per ridare slancio a terre che hanno ancora molto da dare in termini di beni, attrattive e prodotti di qualità. Dalla sala dell’Albornoz è partito l’invito a  conoscere la montagna nel profondo, a lasciarsi alle spalle il fardello quotidiano di stress per intraprendere un percorso di scoperta e conoscenza. La montagna non è solo sci, ci sono comunità che resistono, aggrappate a una manciata di case sui cocuzzoli, pochi anziani d’inverno, orde di turisti ad agosto, senza una via di mezzo. Eppure quella ricchezza è lì tutto l’anno e aspetta di essere colta come un grappolo maturo. Forse è arrivata l’ora, forse è questa la stagione per cogliere quel grappolo. Un messaggio partito da chi la montagna la vive ogni giorno, nel bene e nel male,  rivolto soprattutto a quei giovani che cercano una strada, un futuro e forse, come spesso capita, non lo vedono anche se ce l’hanno davanti.

Si chiama montagna, un concentrato di bellezza, di colori che si alternano con l’intervallo delle stagioni, di frutti del bosco, di stelle e stalle, tutto centrifugato in un’esperienza emozionale che può dare un senso alla vita. Itinerari, sentieristiche per raggiungere vette fisiche e interiori, faccio l’esempio del Coscerno, spaccato dal terremoto, ma ancora vivo e fiero affacciato sul Terminillo, ammantato di pinete e tartufaie, scrigno di santuari come l’eremo della Madonna delle Stella fra Rocchetta e Roccatamburo, paesini che hanno storie da raccontare, di guerra  e pace, Mucciafora a mille e passa metri dove arrivò D’Annunzio a comporre un’ode al vino frutto di quelle viti di montagna assetate di sole. E le feste, il cacio, la cucina, il focolare. La montagna riconcilia con se stessi, sa ascoltare e porta ad ascoltarti, a guardarti dentro soprattutto in mesi come questo, a Natale, quando attorno al fuoco si rinnovavano rituali oggi scomparsi. La festa nella festa, la veglia della vigilia, la ‘ndussa che ruotava col fuoco della torcia a rischiarare la notte del bambinello. Io che vengo dal mare ho imparato ad amarla e a rispettarla, a usarla come rifugio dalle noie, dai dolori, dalle sconfitte perché la montagna, ve l’assicuro, è il luogo migliore per leccarsi le ferite, è un paese delle meraviglie che incanta e sorprende, non è un caso che oggi si parla di ‘montagnaterapia’. Provare per credere!

Foto di Emanuela Duranti

 

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